Eerie charm of reality

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“The elusive atmospheres of impressionism got an important role in definition of some jazz great composer’s music. Getting started from here a fine composer like Gianluca Di Ienno develops an articulated set of tracks, basically based on his own ideas, in which impressionism (…) creates a large fresco that includes contemporary electronic sounds as a contribution to his work” – Maurizio Franco

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Il viaggio del jazz contemporaneo nei reticoli della storia musicale del  Novecento

Il solo fatto che dei musicisti delle ultime generazioni facciano nascere oggi, nell’era della musica liquida, della fine del disco e della fruizione tradizionale dell’opera musicale, un’etichetta discografica che produce CD è di per se encomiabile perché significa che i due “produttori”, Simona Parrinello e Gianluca Di Ienno, considerano la musica un fatto artistico e il suo ascolto non un semplice passatempo. Un pensiero, il loro, che presuppone un impegno serio, responsabile e   una risposta decisa a chi pensa (e sono sempre di più) all’arte dei suoni come qualcosa che non necessita di studi e approfondimenti e sulla quale chiunque, anche il più sprovveduto degli ascoltatori, può discutere partendo dal presupposto del “mi piace”, “non mi piace”,  toccando proprio la categoria del “gusto”, cioè quella che più di ogni altra richiede cultura, competenza, profondità di analisi e  non va confusa con un epidermico ed edonistico piacere auditivo.

In questo senso  il disco diventa l’antidoto alle compilation casuali, il contenitore per opere compiute, da fruire nell’ordine e nella logica pensata da chi le ha realizzate, magari accompagnato da note informative, saggi critici, spiegazioni tecniche. Del resto questo album fa proprio parte di quelle produzioni artistiche che  non si capiscono facilmente senza una vasta esperienza d’ascolto, sia jazzistica sia legata al mondo eurocolto, poiché si muove sul terreno del fragile equilibrio tra il mondo di Debussy (e dintorni) e quello del jazz. Una ricerca nata da una considerazione: se il mondo armonico e le sfuggenti atmosfere dell’impressionismo musicale europeo hanno rivestito  non poca importanza sui musicisti di jazz e americani in genere, per quale motivo non cercare un ulteriore modo di agganciare due modi di fare musica diversi, ma in cui il primo è stato sicuramente una fonte di ispirazione per il secondo? Partendo da questo dato di fatto, un pianista colto e raffinato come Gianluca Di Ienno ha messo a punto un programma articolato, basato fondamentalmente su proprie composizioni o arrangiamenti originali di pagine debussyane o americane, per realizzare un ampio affresco sonoro nel quale  non manca nemmeno l’apporto dei suoni elettronici contemporanei.

Un progetto con cui si vogliono acquisire nel jazz gli elementi peculiari di un altro universo sonoro, trovando un collegamento personale (il “bus” del titolo, inteso come canale di connessione) con cui reinterpretarne i segnali e i simboli. Il risultato è una musica in cui si utilizzano il colorismo armonico e il modalismo per creare specifiche atmosfere, situazioni musicali particolari e una varietà timbrica cangiante e coinvolgente. La peculiarità della musica la si nota immediatamente in brani come Syrinx, scritto per flauto solo da Debussy  nel 1913, con melodie cromatiche e un uso ampio dei registri dello strumento. Qui Di Ienno  utilizza misurati effetti elettronici e usa il pianoforte in modo “liquido” quanto sobrio, lasciandoci immaginare un Edgar Varèse che guarda al maestro francese e riveste quella musica di una corona di suoni compatibile con lo spirito del pezzo. La stessa Morceau de Monk unisce la poco nota Morceau de Concours, composta per piano solo nel 1904 da un Debussy  che guardava in parte al pianismo di fine Ottocento, al brano del titolo scritto da Di Ienno e ispirato a Thelonious Monk, il cui implacabile ritmo viene accentuato dalla presenza della batteria. Un Monk presente, a sprazzi, in altre parti del disco, come è presente la celebre Half The Fun, cioè la riscrittura di Lately portata da Billy Strayhorn come uno dei suoi tre contributi all’ellingtoniana Such Sweet Thunder del 1957 e dedicata ad Antonio e Cleopatra, dove l’arrangiamento presenta schizzi di colore orchestrale e mantiene il mood medio-orientale del pezzo, seppur scarnificato per evidenziare il legame con l’evanescenza armonica debussyana. Il magnifico Skyline ci svela un Di Ienno che costruisce un brano basato su un modulo ritmico e tematico  presente in tutta l’esecuzione, e che nel suo modalismo evoca il Debussy più vicino alla lezione  di Satie, certo un precursore di quel nuovo mondo armonico e melodico, senza perdere di vista l’improvvisazione jazzistica di stampo contemporaneo.

In sostanza, si tratta di un percorso coerente e cangiante al tempo stesso, in cui si evidenziano le qualità di Gianluca Di Ienno,  autore colto e raffinato quanto strumentista versatile, dal tocco articolato che definisce un linguaggio sobrio e contenutistico. Il gruppo con cui ha inciso la musica è trattato come un ensemble, si scompone in vari organici e presenta alcuni brillanti musicisti italiani delle  ultime generazioni del jazz,  portatori di quel vasto spettro stilistico necessario per realizzare la musica di un progetto interessante, lontano da tante proposte ripetitive e normalizzanti, in cui prevale un’idea musicale forte e singolare.

Recensione a progetto e disco a cura di Maurizio Franco